Il viaggio è la linfa vitale della società. Si potrebbe dire che lo è sempre stato: fin dagli albori dell’umanità, spostarsi da un luogo all’altro era la base della vita e del rinnovamento. Oggi lo è ancora di più perché il mondo si è “rimpicciolito” così tanto da darci la possibilità di arrivare ovunque in una manciata di ore. Così assistiamo negli ultimi anni a qualcosa che non ha precedenti: una continua crescita degli spostamenti di persone da un punto all’altro del pianeta, sia per diletto che per affari. Almeno finché non arriva qualcosa di inaspettato a interrompere questa progressione.

Nel giro di pochi anni è già la terza volta che assistiamo a un brusco calo della naturale propensione al viaggio: nel 2001 l’attentato alle Torri Gemelle congelò ogni aeroporto del mondo, anche l’epidemia di Sars, di poco successiva (2002-2003), fece bruscamente ridurre i viaggi soprattutto per determinate aree. Oggi il corona virus sta riuscendo nella triste impresa di battere in negativo le due crisi precedenti.

Ancora impossibile fare una stima di quanto il settore viaggi perderà in termini di volumi e fatturato, le valutazioni sono tante e le variabili cambiano costantemente col variare dei dati sui contagi nei Paesi. Occorrerà aspettare la fine dell’anno e i dati consuntivi del 2020 per avere certezze, ma resterà un’incognita sul futuro: quando si tornerà ai livelli pre-Covid? In una nota diffusa a giugno, la Banca Centrale Europea già calcolava a -65% la capacità di volo di linea a livello globale, definendo l’effetto del corona virus “molto più ampio e profondo” rispetto agli episodi precedenti (Torri Gemelle e Sars) e con “conseguenze più durature per il settore”.

È tuttavia innegabile che se alcuni viaggi vengono rimandati, come quelli di piacere o quelli per lavoro non indispensabili, ci sono tantissime aziende che hanno necessità di far viaggiare i propri dipendenti. Potremmo definirlo un ambito “incomprimibile”, uno zoccolo duro di spostamenti che non vengono meno neanche nei periodi più critici e che tendono ad aumentare in questa fase della pandemia che potremmo definire “intermedia”.
L’intricata foresta di cifre non ci consente una risposta univoca, ma possiamo provare a fare un’analisi sull’approccio al viaggio tanto delle aziende, quanto dei singoli viaggiatori del ramo business.

Una ricerca effettuata dalla Doxa per Europ Assistance nel febbraio 2019, su aziende con almeno 50 dipendenti e rivolta a 300 figure responsabili delle decisioni sui viaggi del personale, descriveva come ben il 69% delle aziende con la necessità di far spostare i propri dipendenti, aveva sottoscritto una polizza assicurativa. Questo dato va letto insieme ad un altro molto significativo: già allora uno dei timori principali degli intervistati nei confronti del personale che viaggia per lavoro, era nell’ambito salute/infortuni.

Il 61% dei responsabili riteneva problemi di salute, malattie, infortuni o incidenti un rischio concreto. Con il diffondersi di un virus dalle conseguenze anche gravi, non c’è bisogno di aspettare la prossima edizione del sondaggio per ipotizzare che entrambi questi dati vedranno una crescita.

Come si evolverà la situazione nel futuro non è dato saperlo, probabilmente attenderemo ancora a lungo prima di tornare ai livelli del 2019, ma siamo certi che le modalità di affrontare i viaggi, soprattutto per lavoro, cambieranno. La propensione a offrire una maggiore tutela ai dipendenti è un tratto che è emerso in maniera decisa nell’ultimo periodo: pensiamo ad esempio a tutti i protocolli che ogni azienda ha approntato per salvaguardare il personale nelle sedi, l’attenzione per i viaggiatori sarà ancora maggiore.

Non basta, in passato il ricorso a un prodotto assicurativo veniva visto come necessario solo per determinati spostamenti, come i viaggi in Paesi che non dispongono di un servizio sanitario nazionale, o quelli in via di sviluppo, dove la possibilità di cure di qualità non poteva essere garantita. Poche le aziende che reputavano necessaria una polizza per quei dipendenti che si spostavano entro i confini dell’Unione europea, ancor meno se entro i confini nazionali. Anche questa visione è destinata a cambiare visto che la pervasività di questa pandemia ci ha mostrato come i rischi possano nascondersi dall’altra parte del mondo così come sull’autobus sotto casa.

Se la pandemia ci porterà a viaggiare con maggiore attenzione e a sottoscrivere le più ampie garanzie, si potrebbe parlare di un risvolto positivo dell’emergenza che stiamo vivendo. Questo vale soprattutto per i viaggi di lavoro dove non sempre il viaggiatore ha una possibilità di scelta. Possiamo infatti rimandare una vacanza che progettavamo da tempo, ma alcuni viaggi di lavoro sono improrogabili. Tra le misure estreme di un blocco totale degli spostamenti e un ritorno alla normalità per fortuna si fa strada una via di mezzo: viaggiare quando è necessario, seguire tutte le regole e tutelarsi con una polizza assicurativa che ci protegga da ogni eventualità.

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