Il viaggio è conoscenza, scoperta, arricchimento, ma è soprattutto esperienza. Un’esperienza che ti apre nuovi scenari e che spesso ti porta a cambiare direzione. Mi è successo più volte nel corso degli anni e il mio #SlowlyinItaly non ha fatto eccezione al punto da arrivare a ritenere che non sia stato un semplice viaggio, bensì il Viaggio.

Se stai leggendo questo post, probabilmente sai di cosa sto parlando. Prima della partenza, lo scorso 25 maggio, avevo scritto un articolo di presentazione del progetto su questo blog (se te lo sei perso, clicca qui) per cui mi limiterò a riassumerlo in un paio di righe.

#SlowlyinItaly nasce come viaggio in solitaria – da Milano a Santa Maria di Leuca – per riscoprire la diversità del Bel Paese attraverso borghi, sapori e tradizioni di un on the road in bicicletta e vede la genesi nel desiderio di riappropriami delle mie radici e del tempo “non vissuto” a causa della pandemia.

#SlowlyinItaly è finito da poco più di un mese e dopo il primo periodo di smarrimento, ho iniziato a metabolizzare l’esperienza e a spingere il mio sguardo oltre l’orizzonte. Lo distinguo ancora nebuloso ma percepisco aria di cambiamento e qualcosa mi dice che sarà un cambiamento importante.

Quando ho deciso di affrontare questo viaggio non mi sono interrogata troppo sulle potenziali difficoltà che ne potevano derivare: l’ho sentito come una necessità e sono partita, semplicemente. Pedalata dopo pedalata, superato l’impaccio iniziale, sono entrata in sintonia con la bicicletta e mi sono lasciata trasportare, totalmente assorta dall’esperienza che stavo vivendo.

Ho assaporato l’Italia in tutta la sua bellezza e varietà visitando luoghi noti di nome e altri estranei alla mia geografia e ho incontrato calore, umanità e voglia di condivisione. 1.200 chilometri in bicicletta in cambio di una boccata d’ossigeno che mi ha salvato la vita: ripartirei domani stesso!

Se le domande pre-partenza denotavano preoccupazione per la mia incolumità in veste di ciclista neofita, quelle attuali dimostrano invece interesse e curiosità sulla fattibilità di un viaggio di questo tipo. Non vi mentirò dicendo che è stata una passeggiata di salute, ma nemmeno farò storytelling parlandovi di un’impresa ai limiti del possibile. Non sono mancati i momenti di sconforto che avrei preferito affrontare con qualcuno accanto, ma non sono stati sconfortanti al punto di compromettere il buon andamento del viaggio.

La carta vincente del mio #SlowlyinItaly non è stata la prestanza fisica, bensì l’animo vagabondo. Ho conosciuto ciclisti che si sparano 150 chilometri al giorno come se fossero noccioline, ma non hanno mai affrontato un viaggio di più giorni in bicicletta. Per molti la difficoltà sta nell’incapacità di organizzarsi nella pratica quotidiana, difficoltà che noi affetti da wanderlust viviamo più come piacere che come problema.

A conti fatti non c’è gran differenza rispetto a un viaggio itinerante in macchina o con i mezzi pubblici. La differenza la fanno i tempi che, dilatandosi, spingono a rallentare il modo di percepirlo. Il resto cambia poco: chi ha la mania del controllo definisce le tappe a priori sulla base delle proprie inclinazioni e del tempo di cui dispone per organizzare i pernottamenti, chi preferisce vivere il viaggio un po’ più liberamente fissa la direzione da seguire e lascia che il viaggio faccia il suo corso.

Il mio #SlowlyinItaly è stato il giusto mix: ho fissato dei punti fermi laddove c’era qualche amico ad aspettarmi e nelle località in cui non conoscevo nessuno, improvvisavo. Non ho mai avuto problemi a trovare da dormire, anche quando raggiungevo la meta all’imbrunire. Alla peggio, avrei bussato alla porta di qualcuno e avrei chiesto riparo per la notte, come mi è capitato di fare quando mi sono trovata senz’acqua con 37°C all’ombra e nessuna fontana nei dintorni. Come dicono in Senegal, “il n’y a pas de problèmes, il y a que des solutions”.

La questione spinosa per me prima della partenza era quella relativa alla sicurezza ed è stato l’unico punto che ho previsto e organizzato per tempo stipulando con Europ Assistance la polizza Bike Noproblem Ciclotour che oltre all’assistenza al mezzo, l’infortunio del conducente e il rimborso spese mediche prevede la responsabilità civile e la tutela legale.  I soldi spesi per l’assicurazione sono a mio avviso quelli spesi meglio, specialmente se “buttati via” perché è filato tutto liscio! In questo vi confesso che gioca anche un po’ di scaramanzia: l’unico viaggio in cui non sono partita assicurata, è stato quello in cui mi sono trovata in serie difficoltà!

Concludendo, due mesi di bicicletta non fanno di me una ciclo-viaggiatrice esperta, ma sono sicuramente un buon punto di partenza. Il futuro è talmente aleatorio ormai che ho smesso di chiedermi se e quando riprenderemo a viaggiare in libertà, certo è che la bicicletta mi accompagnerà lontano. Dopo mesi di apatia, ormai in procinto di cedere alla rassegnazione, ho trovato il modo per tornare a emozionarmi grazie al meraviglioso mondo del cicloturismo. Ed è così che l’esperienza di viaggio diventa vita reale…

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Articolo scritto da
Diana Facile

Viaggiatrice per vocazione prima e per passione poi, segue progetti legati al mondo del turismo, nazionale e internazionale. Da copywriter, blogger e giornalista di viaggi a Social Media Specialist, Travel Designer e Tour Leader.

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