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Botswana e Namibia, destinazioni “a prova di futuro” dell’Africa tra acqua e deserto

Terra di inesauribili risorse naturali ma, ancor prima, culla dell’umanità, l’Africa offre molto di più in termini turistici di quanto si possa immaginare. Cinquantaquattro stati, in un territorio che è tre volte più grande di quello europeo, e una vastità di spazi che si apre dalle calde acque del Mediterraneo alle vette innevate del Kilimangiaro. È proprio la ricchezza naturale che costituisce il punto focale di questo approfondimento, che ha per protagonista due paesi sempre più al centro dei flussi turistici internazionali: il Botswana e la Namibia.

Possedimenti coloniali della Germania e del Regno Unito prima, e stati indipendenti (pur tra grandi difficoltà) poi, questi due territori si estendono su una superficie complessiva di quasi 1,5 milioni di chilometri quadrati, cinque volte tanto il nostro paese. Trovandosi a cavallo tra l’Oceano Atlantico e le grandi distese desertiche dell’Africa centro-meridionale, se ne deduce senza troppe difficoltà la loro variabilità geomorfologica, che si presenta attraverso laghi, spiagge, deserti e zone umide. A queste ultime due ci rivolgiamo con particolare interesse, andando a scoprire, nella molteplicità di destinazioni turistiche possibili delle due nazioni, il Deserto del Kalahari (Namibia, ma in parte anche Botswana e Sudafrica) e il Delta dell’Okawango (Botswana).

BOTSWANA, ALLA SCOPERTA DEL FIUME SENZA FINE –  L’abitudine generale è quella di considerare i fiumi come grandi canali di comunicazione idrica, che nascono dalle viscere dei monti e si gettano nei mari (o, più raramente, nei laghi). Ci sono alcuni casi, tuttavia, di fiumi che non hanno uno sbocco idrico fisso, e semplicemente terminano in zone che si trasformano in pianure alluvionali. In Africa ve ne sono diversi casi: insieme al Niger (che definisce un’area umida di 46mila chilometri quadrati), infatti, il Delta dell’Okavango è un vero patrimonio naturale, in misura tale che dal 2014 è entrato a far parte dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO.
Il fiume Okavango segue un percorso estremamente variabile lungo l’Africa continentale, dall’Angola verso il Botswana, percorrendo ben 1.000 chilometri e, a causa dell’estrema piattezza del territorio, arrestando il suo corso proprio in questa zona, di forma vagamente triangolare, lunga 260 chilometri e larga circa 170, a 600 chilometri a nord dalla capitale Gaborone.
Espandendosi lungo ben 15.000 chilometri quadrati, la zona del Delta dell’Okawango ha generato una enorme bio-varietà, che si mostra attraverso un continuo susseguirsi di zone umide, vere e proprie lagune dove la limpidissima acqua del fiume si alterna a piccoli e grandi spazi di terra emersa, sui quali i turisti si spingono sia a piedi che con l’impiego di mezzi meccanici, soprattutto nella stagione umida, quando l’acqua si riversa nella zona con una portata piuttosto cospicua.
La disponibilità d’acqua ha rappresentato, nel corso dei secoli, un fattore di evoluzione demografica e culturale del territorio, ed ecco perché intorno al delta fluviale convivono ben cinque etnie diverse: Hambukushu, Dceriku, Wayeyi, Bugakhwe e Gxanekwe. Si tratta di popoli che appartengono ai Bantu e ai Boscimani, che vivono prevalentemente di agricoltura, pesca e caccia.
Gli Hambukushu, in particolare, vengono definiti “uomini della pioggia”, per il loro rapporto simbiotico con le acque dell’Okawango. Non è raro, tra escursioni e safari, vederli spostarsi a bordo delle canoe Mokoro portando con sé dei cesti in paglia di forma simile a una cornucopia, che vengono intrecciati dalle donne dei villaggi con un misto di fibre di paglia, radici e arbusti, che oltre a conferirgli elasticità e solidità, li rendono ricchi dal punto di vista cromatico.
Il popolo Boscimane (o San), invece, coltiva ancora oggi uno stile di vita basato sul nomadismo climatico, spostandosi a seconda delle piogge e nutrendosi unicamente di frutta e radici, nonché delle prede catturate durante la caccia. La persecuzione etnica promossa, pur in maniera ufficiosa, dai vari governi dell’Africa del sud verso i Boscimani ne ha ridotto enormemente gli spazi liberi, privandoli allo stesso tempo di quel simbiotico rapporto con la natura che, sin dalle epoche preistoriche, ha rappresentato uno stile di vita, oltre che il mezzo della sussistenza.

NAMIBIA, TERRA DELLE DISTESE SABBIOSE – 930.000 chilometri quadrati. Tanto è grande il Kalahari, il sesto deserto più esteso al mondo (il quarto, se si escludono Antartide e Artide come zone fredde, e il secondo nel continente africano dopo il Sahara), che si estende tra Botswana, Namibia e Sudafrica. La zona namibiana del Kalahari racchiude alcuni dei punti più aridi di questa enorme steppa, caratterizzata da scarsissime precipitazioni e ampie escursioni termiche: nell’inverno africano la temperatura può frequentemente scendere sotto lo zero, mentre in estate si raggiungono con estrema facilità i 40 °C.
Nonostante ciò, sono presenti alcune zone umide, tra le quali la più interessante da visitare è il Parco nazionale d’Etosha. Il nome di questa ampia salina naturale, che procede dalla lingua oshivambo tipica degli indigeni Ovambo, significa semplicemente “grande luogo bianco”.
In parte deserto (nella stagione secca), in parte pianura alluvionale (in quella delle piogge), Etosha gode di un territorio dalla buona diversità, soprattutto faunistica, che lo rende adatto per dei safari di grande riuscita: vi è possibile ammirare elefanti, orici, cicogne, uccelli serpentari e l’impala faccianera, specie considerata ormai da decenni in via d’estinzione, e per questo particolarmente tutelata dalle autorità.
Di particolare interesse è anche la Riserva faunistica del Kalahari centrale, nel Distretto di Ghanzi: si può definire, senza ombra di dubbio, questa come la terra madre dei Boscimani, che pure vi sono stati rimossi con la forza a fine anni Novanta, e la cui presenza, ancora oggi, è osteggiata dal governo namibiano.
Il particolare status dei Boscimani, così come gli infruttuosi tentativi di “occidentalizzazione” di questo popolo, ha suscitato nel corso degli anni un vivace dibattito antropologico, tra i sostenitori di misure volte all’arricchimento della popolazione, e tra chi persegue la necessità di autodeterminazione di una delle etnie storiche dell’Africa. La fragilità del sistema socioculturale boscimane, infatti, è messa a dura prova dai progetti che vorrebbero integrarli con il resto del paese, più europeo in fatto di abitudini e costumi, ed è proprio per questo che associazioni internazionali sostengono l’opportunità di lasciare ai Boscimani le loro terre e, de facto, un’indipendenza senza la quale sono destinati a scomparire. La Namibia, infine, ospita anche una consistente parte del territorio del Parco transfrontaliero Kgalagadi, che si estende anche su Botswana e Sudafrica. Istituito nel 1931, è una delle zone a maggiore dotazione turistica del territorio nazionale, potendo contare su una serie di tracciati stradali di buon livello, di tre campi, strutture di accoglienza, rifugi e spazi per il pernottamento.
Il Kgalagadi rappresenta in maniera plastica la natura desertico-steppale dell’Africa meridionale, tra enormi distese sabbiose, piccole oasi alberate dove trovano rifugio le specie endemiche, specie arboree adattatesi al rigore climatico e, più in generale, il tentativo (a volte infruttuoso, a volte di successo) di preservare l’autenticità dell’African way of life.

a cura della redazione di PaesiOnLine

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